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Erbe in medicina: l' Atropa belladonna
Pubblicato da dzamperini in data 04/01/2021 00:00
Pensieri e opinioni professionali


Puo' essere molto utile, anche per un medico, rinfrescare le proprie conoscenze su una pianta che ha avuto, ed ha ancora, tanta importanza nella medicina


Il nome del genere, Atropa, fa riferimento ad una delle tre Parche della mitologia romana (chiamate Moire nella mitologia greca), quella di nome Atropo: era quella che veniva rappresentata con in mano un paio di forbici, con cui tagliava il filo della vita, senza che nessun altro, uomo o dio, potesse opporsi. Infatti l'ingestione di bacche, fiori o foglie di questa pianta può provocare la morte. 

L'aggettivo specifico, belladonna, si riferisce alla capacità di un alcaloide della pianta, l'atropina, di dilatare la pupilla dell'occhio, rendendo più luminoso e splendente lo sguardo delle donne che applicavano sulla cornea, già nel Rinascimento, un collirio che la conteneva. Naturalmente, l'uso prolungato nel tempo poteva provocare seri danni alla vista. 

Atropa belladonna è una pianta erbacea perenne, presente, anche se un po' rara, su tutto il territorio italiano, dalla pianura fino ai 1400 mt. Cresce di preferenza nelle radure e ai margini dei boschi di latifoglie, soprattutto le faggete. Fa parte della famiglia Solanaceae, al pari dello stramonio, della mandragora, della melanzana, del pomodoro e della patata. 
E' dotata di un grosso rizoma e di un fusto robusto, eretto e ramificato, che può raggiungere anche un metro e mezzo di altezza. Le foglie sono semplici, di forma ovale con apice acuminato, dotate di picciolo. Sia il fusto che le foglie sono ricoperte di peli ghiandolari la cui secrezione è responsabile dell'odore un po' sgradevole emanato dalla pianta. I fiori sono singoli e penduli, nascono all'ascella delle foglie ed hanno un lungo peduncolo. Il calice ha cinque sepali, verdi. La corolla, di forma campanulato-tubulosa, è composta da cinque petali che si aprono alla fauce in cinque lobi triangolari rivolti verso l'esterno, ed ha un colore porporino-violaceo verso l'estremità anteriore e bianco-verdastro alla base. I frutti sono delle bacche di dimensioni comprese tra 13 e 18 mm, inizialmente verdi, che maturando diventano viola scuro, poi nere, e lucide. 

Tutte le parti della pianta contengono alcaloidi tossici, tra cui atropina, josciamina, scopolamina. La sostanza più potente è l'atropina, una sostanza con effetto anticolinergico, in grado di ridurre o bloccare l'azione dell'acetilcolina, che è il principale mediatore del sistema nervoso parasimpatico a livello centrale e periferico. 

L'ingestione accidentale o volontaria di parti della pianta (soprattutto le bacche, scambiate erroneamente per quelle del mirtillo nero = Vaccinium myrtillus), può provocare un'intossicazione più o meno grave, fino alla morte. Il quadro clinico è caratterizzato da riduzione delle secrezioni sudoripare, salivari, lacrimali, bronchiali, gastriche. A ciò si aggiungono arrossamento del volto, aumento della temperatura corporea, cefalea, vertigini, dilatazione della pupilla (= midriasi), riduzione della sensibilità, aumento della pressione arteriosa, aumento della frequenza cardiaca, ritenzione urinaria, atonia intestinale, agitazione psicomotoria, allucinazioni, convulsioni, poi stato soporoso, coma e morte. Questo quadro clinico richiama quello dell'intossicazione panterinica (una sindrome provocata dall'ingestione di funghi quali Amanita panterina e Amanita muscaria).

A sua volta l'atropina è utile come antidoto nell'intossicazione muscarinica (provocata da funghi appartenenti ai generi Inocybe e Clitocybe).

A parte l'uso cosmetico già citato, Atropa belladonna è stata storicamente utilizzata come anestetico locale per la sua capacità di ridurre la sensibilità, inoltre viene ancora utilizzata come dilatatore della pupilla in oculistica e come spasmolitico in terapia medica.

Amedeo Schipani

 
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