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Non e' vero che la violenza derivi da frustrazione e deficit di autostima
Pubblicato da dzamperini in data 23/08/2011 00:00
Archivio storico
E' opinione consolidata da lungo tempo che l'aggressivita' possa nascere da scarsa autostima, per cui psicologi, operatori sociali e insegnanti di tutto il mondo sono convinti che e' chiaro che per combattere i comportamenti violenti e favorire il successo e l'integrazione sociale e scolastica sia il potenziamento dell'autostima dei giovani disturbati. Ma cio' non sembra essere vero.

(Dall' Archivio Storico: Daniele Zamperini - 2001) 



Una delle tecniche per esempio consiste nell'incoraggiare gli studenti a scuola a formulare un elenco di motivi per cui sono persone magnifiche o a cantare canzoncine di autoincensamento.
E' stato spesso prescritto ai genitori e agli insegnanti di non criticare i ragazzi per non provocare seri danni psicologici e non trasformare dei giovani normalmente promettenti in patetici perdenti o in pericolosi criminali.

E' possibile che tali metodi servano effettivamente per aumentare l'autostima delle persone, ma sono veramente utili per prevenire la degenerazione violenta di certi tipi caratteriali giovanili? In realta' l'immagine teorica cosi' costruita spesso non corrisponde a cio' che i ricercatori riscontrano sul campo: gli studi di R.F. Baumeister sembrano contraddire tale assunto.
Infatti e' stato riscontrato come la maggioranza dei giovani violenti con cui si vengono a confrontare quotidianamente gli assistenti sociali e gli psicologi, appaiono dotati generalmente di un senso di superiorita' rispetto agli altri e pienamente convinti di aver diritto a trattamenti speciali, esattamente l'opposto a quanto ci si aspetterebbe da un soggetto carente di autostima.
In effetti la teoria della scarsa autostima, sebbene universalmente accettata non ha un fondamento teorico dimostrato, ne' autori che l'abbiano formalmente organizzata. Diventa importante quindi valutare con precisione se certi comportamenti violenti siano prodotti da una autostima scarsa o, al contrario elevata.

Sono state elaborate delle batterie di test che valutano il quoziente di autostima degli individui; benche' tale condizione sembri fluttuare nel tempo in realta' si rivela, all'esame dei test, piuttosto stabile. Cambiamenti sostanziali si producono di solito dopo grandi svolte nella vita o eventi particolarmente stressanti.
L'esame della letteratura effettuata dall'autore ha evidenziato come diverse categorie di persone dimostrino mediamente un grado di autostima differente: gli uomini hanno piu' autostima delle donne e sono anche piu' aggressivi; i depressi hanno meno autostima e sono meno violenti rispetto ai non depressi; gli psicopatici sono eccezionalmente inclini a un comportamento aggressivo e criminale ed hanno anche un'opinione molto elevata e positiva di se stessi: le testimonianze sull'immagine che hanno di se' gli assassini, stupratori o altro criminali, pur non essendo sistematizzate in letteratura e aventi carattere generalmente aneddotico, fanno emergere comunque un quadro di persone che si considerano speciali, privilegiate, meritevoli di un trattamento preferenziale.

E' stato riscontrato come numerosi crimini violenti sono commessi in reazione ad attacchi all'autostima: insulti, sgarbi, umiliazioni. Questo puo' derivare ovviamente anche all'ambiente in cui vivono certe categorie criminali che induce a essere particolarmente sensibili a stimoli esterni di questo genere. Anche le bande giovanili dimostrano un meccanismo di questo genere: alta considerazione di se stessi e reazioni violente allorche' questa autostima venga minacciata.

Il complesso di queste osservazioni ha invitato i ricercatori ad esaminare quei gruppi di persone che avessero un'alta autostima di se fino a sconfinare nel narcisismo. Il narcisismo, nella definizione degli psicologici clinici, e' un disturbo mentale caratterizzato di un opinione di se ridondante e fortemente positiva, dalla convinzione di essere speciali, di ammirazione e da una considerazione esagerata e irragionevole dei propri diritti, dalla mancanza di empatia.
Sono state percio' esaminate parallelamente i gradi di autostima, il grado di narcisismo, e la violenza. Con una serie di test tendenti a scatenare comportamenti aggressivi, questi sono stati poi messi a confronto con gli altri due parametri (autostima e narcisismo), i risultati sono andati a sostegno dell'ipotesi come l'egocentrismo minacciato sia l'effettiva causa delle esplosioni di violenza, rispetto alla scarsa autostima. I livelli piu' alti di aggressivita' si riscontravano tra i narcisisti che ricevevano una critica ingiuriosa. I non narcisisti, sia quelli con alta che con bassa autostima, erano significativamente meno aggressivi. Cosi' pure erano poco aggressivi i narcisisti che invece venivano lodati.

Continuando le indagini si e' riscontrato come la categoria dei narcisisti reagisca tipicamente con violenza contro coloro che attaccano l'alta opinione che questi soggetti hanno di se, ma sono totalmente indifferenti verso coloro che non gli attaccavano.
Ma i risultati di laboratorio trovano corrispondenza nel mondo reale
?
Gli autori hanno percio' confrontato una popolazione di universitari con una popolazione di detenuti nelle carceri americane. I risultati hanno dimostrato, cosa difficile da credere, come i valori di autostima e di narcisismo dei detenuti fossero significativamente superiori a quella degli studenti universitari. Benche' molti ricercatori abbiano cercato di trovare tratti nascosti di mitezza e di timidezza nei violenti, queste ricerche hanno dato generalmente risultati negativi. In contrasto con l'opinione piu' diffusa degli psicologi e gli psichiatri, i ricercatori sul campo non hanno trovato alcun indizio del fatto che i ragazzi aggressivi siano ansiosi e insicuri sotto una scorza di duri.

La forma dell'egocentrismo minacciato sembra mettere d'accordo sia le osservazioni empiriche riscontrabili nella vita comune, sia gli eventi come riportati dalle cronache.
In definitiva e' bene stare attenti a chi e' troppo arrogante, non a chi e' troppo insicuro.
Fonte:
("Le Scienze" - Aprile 2001 n.392)
 
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