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Perche' non sia illacrimata sepoltura: l'elaborazione del lutto
Pubblicato da dzamperini in data 11/09/2011 00:00
Archivio storico

Alcune interviste trasmesse in TV, effettuate ai familiari delle persone (pompieri, passanti, impiegati) vittime della tragedia delle Torri Gemelle, hanno ribadito in piu' occasioni come sia ancora attuale e doloroso, per i superstiti, il problema della mancata identificazione delle salme e, di conseguenza, di una tomba su cui poter piangere i loro cari. Ritengo utile riproporre, quindi, un articolo sull' argomento, pubblicato dalla rivista Occhio Clinico.

(Dall' Archivio Storico, nella ricorrenza della tragedia delle Torri Gemelle, Daniele Zamperini - 2001)


Perche’, dopo l’ immane tragedia che ha colpito gli Stati Uniti, avvertiamo con tanta forza la necessita’ di individuare con precisione le vittime, ricomporle, offrire loro un funerale adeguato e personale, evitando assolutamente l’ anonimo funerale di massa che sarebbe tanto vantaggioso dal punto di vista economico?

Gia’ Freud, nel lontano 1915 intuiva la potenza del processo psichico legato alla necessita’ che il lutto di una persona cara venga adeguatamente "elaborato" ("Lutto e melanconia", OSF Volume 8°, Boringhieri, 1980). Elaborazione del lutto puo’ essere definita quel particolare processo mentale, lungo e complesso, che conduce a un consapevole rassegnarsi alla perdita patita. Se il processo rielaborativo rimane incompiuto, resta viva la sensazione di perdita insanabile, che puo’ condurre a stati di grave depressione cronica. Questo fenomeno e’ particolarmente frequente nel caso dei lutti improvvisi, violenti, "inutili" e imprevisti.

Una delle ragioni che ostacolano l’elaborazione del lutto consiste nel fatto che il congiunto scomparso continua, nella mente del sopravvissuto, ad esistere, tenendolo imprigionato in una rete di vincoli sentimentali e affettivi irrisolti.

I riti funerari, tanto importanti sin dai tempi piu’ antichi, hanno appunto la funzione di sugellare con il crisma dell’ufficialità l’ interruzione dei legami affettivi e libidici, favorendo l’ acquisizione di una nuova autonomia personale svincolata dalla figura del defunto. E’ ben noto come sia infinitamente piu’ problematica, soprattutto dal punto di vista psichico, la situazione legata ad un congiunto scomparso senza notizie rispetto ad un decesso.


L’ IDENTIFICAZIONE DEI DEFUNTI

E’ prevedibile, date le dimensioni della tragedia americana, che le metodiche classiche di identificazione dei resti delle vittime (mediante documenti, oggetti personali, riconoscimento diretto da parte dei congiunti, esame delle impronte dentarie) non possano garantire i migliori risultati. Sara’ necessario ricorrere, in alcuni casi, a procedimenti piu’ raffinati, tipici dell’ ematologia forense. Sono stati ormai abbandonati i procedimenti che sfruttano l’ esame dei soli gruppi sanguigni; in certi casi si rivelano ancora utili i marcatori del complesso maggiore di istocompatibilita’ (HLA). Le tecniche piu’ affidabili sono pero’ ormai costituite, tipicamente, dall’ esame del DNA.

La prima applicazione giudiziaria del test al DNA risale al 1985, con continui progressivi miglioramenti tecnici fino ai giorni nostri.

Questi procedimenti hanno ormai raggiunto livelli tecnici che ne garantiscono una elevatissima capacita’ discriminativa. Il test si basa sull’ esame della struttura di alcune regioni specifiche dei cromosomi, trasmissibili geneticamente e dotate di elevata variabilita’ individuale. Questi frammenti vengono isolati dal resto del cromosoma mediante specifici enzimi, e poi sottoposti ad un processo di polimerizzazione mediante l’ enzima DNA-polimerasi. Questo procedimento, noto come PCR, permette di amplificare il materiale genetico presente anche in quantita’ minime; il materiale cosi’ amplificato puo’ poi essere analizzato facilmente mediante comuni tecniche elettroforetiche. Molti progressi sono stati compiuti in questi ultimi anni: l’ identificazione dei cosiddetti STR (Short Tandem Repeats o "microsatelliti"), particolarmente resistenti al tempo e agli agenti fisici, permette identificazioni sicure anche in molti casi in cui i resti organici vengano ad essere deteriorati. L’ identificazione e la tipizzazione di un adeguato numero di polimorfismi permette di costruire una "mappa genetica" che, analogamente alle impronte digitali, e’ da considerarsi univoca per ciascun individuo, tanto che venne coniato il temine di "DNA fingerprint" (impronte digitali del DNA).

Le attuali tecniche non richiedono piu’ l’ uso di materiali radioattivi; in piu’ l’ introduzione di particolari stumenti computerizzati ("sequenziatori", capaci di provvedere all’ identificazione precisa ed univoca delle bande elettroforetiche) ha permesso un notevole abbattimento dei costi, ancora elevati ma non piu’ proibitivi.

Va pero’ sottolineato che non e’ sufficiente rilevare il DNA di un individuo per poterne stabilire l’ identita’, in quanto viene ad essere necessario il confronto con quello dei vari dispersi.

Per coloro, tra questi, che avessero gia’ effettuato un esame genetico o che avessero depositato materiale biologico (per esempio sperma) nelle apposite "banche", il problema e’ facilmente superabile. Per quelli che non abbiano "tipizzato" in precedenza il proprio DNA, sara’ necessario provvedere al confronto del materiale prelevato dai resti con quello di eventuali consanguinei viventi, applicando le regole mendeliane dell’ ereditarieta’ e ricostruendo cosi’, indirettamente, la mappa genetica dell’ individuo. In mancanza di consanguinei diretti potrebbe essere necessario effettuare il confronto con materiale biologico (capelli, macchie biologiche) prelevato dal domicilio delle presunte vittime. E’ un lavoro assai lungo, difficile e costoso ma, come abbiamo visto, e’ necessario per dar pace alle famiglie dei dispersi, consentire loro di voltare pagina e riprendere a guardare in avanti.

Daniele Zamperini
(Pubblicato con qualche modifica su "Occhio di Pace", supplemento a Occhio Clinico di ottobre 2001, in seguito alla tragedia delle Torri Gemelle)

 
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